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anViagi 156Sbagliando Strada

Alla ricerca dei castelli perduti

Redazione6 luglio 2017

Il nostro giro può iniziare dal centro storico di Canelli arroccato sulla collina di Villanova, che ne fa l’ideale punto di partenza e di arrivo.

Si passa sotto il Castello di Casa Gancia e, tenendo la sinistra, si percorre un’antica strada di cresta verso le frazioni di Sant’Antonio e Santa Libera, attraverso i vigneti di uno dei più vocati ed apprezzati cru del moscato. È una delle più antiche vie di crinale, dalla quale oggi si domina un’interminabile sequenza di filari pettinati sui fianchi delle colline: la zona, già abitata da tribù stanziali, era intensamente coltivata in epoca romana, con la presenza di ville rustiche i cui terreni erano prevalentemente coltivati a vigneto. La storia di queste colline si snoda nei secoli intersecandosi con i flussi commerciali della strada da Asti verso la Riviera, strada importante, che necessitava di opere di difesa, con le fattorie fortificate (ormai scomparse) la cui presenza rimane nei toponimi delle frazioni: Castellazi, Castellero, Braglia (Braida); e ancora Serra Masio (magione dei Cavalieri Templari, che alla soppressione dell’Ordine, fu affidata ai cavalieri ospedalieri di Malta). Tutto distrutto, ai primi del ‘600, all’epoca dell’assedio di Canelli, durante le sanguinose vicende delle guerre per la successione del Monferrato. Una strada ricca di storia, di traffici e di commerci, scavata dai carri, dalle legioni, gli eserciti, gli invasori.

A Sant’Antonio una chiesa neogotica, ricostruita nel primo ‘900 su un pre-esistente edificio quattrocentesco, si pone al centro di un bivio: a destra si scende direttamente alla Piana del Salto, verso Calosso, oppure, prendendo a sinistra, si arriva a Santa Libera, chiesetta ricostruita nel 1870, e si può salire per un sentiero tra i vigneti alla Torre dei Contini, eretta nel 1617 come punto di osservazione militare: la fatica della salita viene ripagata da uno spettacolare orizzonte a 360°.

Tornando a Sant’Antonio, si scende tenendo la sinistra alla Piana del Salto e si risale a Calosso. Consigliamo anche la piacevole escursione sulla collina di Rodotiglia, proprio di fronte al paese, che tra cantine e amene vallette rappresenta la sintesi perfetta di questo Monferrato Astigiano (il giro chiude un anello su Piana del Salto). Di notevole interesse il centro storico, abbarbicato sotto il Castello e la Chiesa Parrocchiale. Attraverso un arco, appoggiato ad una torretta di difesa, dove fino alla metà del ‘700 esisteva ancora il ponte levatoio, si entra nel complesso fortificato, negli ultimi secoli ampiamente rimaneggiato fino a perdere la primitiva unità di fortezza.

Anche per Calosso le origini risalgono ad antichi stanziamenti di popolazioni Liguri della tribù degli Eburiati e, dopo la conquista romana del 173 a.C., l’insediamento prese probabilmente il nome del gentilizio al quale fu affidato, tale “Callucius” ma solo nel 960 in un documento pubblico viene nominato un certo Arimanno de Calocii.

  • Particolare dell'ingresso al castello di Calosso con lo stemma nobiliare. Photo: Lorenzo Marasso.
  • Arco di ingresso al castello a Calosso. Photo: .
  • Una parte del muro e l'ingresso al castello di Calosso. Photo: Diego De Finis.
  • Una delle torri cilindriche del castello di Calosso. Photo: Diego De Finis.

In epoca comunale Calosso è stato più volte teatro di lotte durante le guerre tra i Solaro (guelfi) ed il consorzio De Castello (ghibellini), con la distruzione del Castello e l’uccisione di quasi tutti gli abitanti. Nel 1377 il complesso viene acquistato dal banchiere astigiano Percivalle Roero e il Castello ricostruito.

Dopo la dominazione Francese, nel 1531 Calosso passa definitivamente sotto i Savoia, rafforzato come fortezza contro il limitrofo Ducato del Monferrato, conquistato e perso più volte dagli Spagnoli durante le guerre per la successione del Monferrato, tra il 1613 e il 1659, quando l’ufficiale spagnolo Galeazzo Trotti ne fa saltare gran parte delle fortificazioni (il castello infatti ricordava quello di Montegrosso ma appare oggi dimezzato). Nel 1683 i nobili Roero di Cortanze lo trasformano in residenza, con tanto di giardino panoramico e limonaia, convertendo però in pubblico oratorio la camera dove nel 1592 era morto, durante una visita pastorale, il beato Alessandro Sauli, vescovo di Pavia, giunto... per via fluviale, risalendo il Po, il Tanaro, il Belbo ed il Tinella!

Parte integrante del complesso, la chiesa di San Martino, citata nel 1203 come “ecclesia castri” con un bell’arco in cotto: rimaneggiata nel 1700, mostra la sua antica origine dall’orientamento della forma di torre di difesa della sua abside. 

Calosso divide con Canelli una delle zone più vocate del Moscato, ma vanta anche un piccolo vitigno autoctono, molto particolare, detto un tempo “gamba di pernice” e oggi Gambarossa, che costituisce la base dell’ultima arrivata delle doc piemontesi: il Calosso doc appunto. da non perdere poi il punto panoramico di Crevacuore, verso Santo Stefano Belbo, vero spartiacque tra Langa e Monferrato.

Ritorniamo quindi alla Piana del Salto, verso Agliano: al quadrivio la strada di sinistra percorre una fresca valletta, antico insediamento degli Eburiati, che delimita il confine fra le colline tipiche del Moscato e quelle del Barbera, altro grande vino di queste terre; si confluisce sulla provinciale di Costigliole, si gira a destra verso Nizza fino al bivio per Agliano, sulla sinistra: una serie di curve salgono al paese, arroccato sulla sua collina e un’antica via circolare porta al Castello... che non c’è. Già nel 1644, ad aprile, il solito Galeazzo Trotti lo rade al suolo totalmente ed i materiali risultanti vengono utilizzati dagli abitanti per edificare nuovi edifici e la parrocchiale di San Pietro, demolita poi anch’essa nel 1770. 

Rimane solamente una targa a ricordo dell’antico maniero, collocata su una torre in mattoni dell’acquedotto. La lapide recita: “In questo luogo sorgeva il Castello di Agliano. Qui abitò Bianca Lancia di Agliano che verso il 1230 si unì a Federico II di Svevia, nipote del Barbarossa, e che fu madre di Manfredi, Re di Napoli e di Sicilia.” Dante dice di lui: "biondo era e bello e di gentile aspetto" (Purgatorio, Canto III).

  • Campanile della chiesa parrocchiale a Agliano Terme. Photo: Lorenzo Marasso.
  • Veduta panoramica di Agliano Terme al tramonto. Photo: Lorenzo Marasso.
  • Il maniero di Mombercelli sulla cima della collina. Photo: Diego De Finis.
  • La chiesa parrocchiale di Agliano Terme. Photo: .

Anche se, interessante diatriba culturale, un altro paese, Castagnole Lanze, rivendica questa storia, forte del fatto che la madre di Bianca, la napoletana Maletta, sposa in prime nozze il marchese di Busca e conte di Loreto, nonché lancifero del Barbarossa e viene ad abitare nel Castello di Castagnole, detto appunto, Lanze: da questa unione nascono due maschi ed una femmina di nome Bianca. Vedova nel 1220, Maletta si risposa con Bonifacio di Agliano e da lui ha tre figli. È quindi sostenibile che Bianca abbia seguito la madre alla nuova casa di Agliano, dove Federico II la “scopre”, se ne invaghisce, e la porta con se al Sud: nel 1232 ella dà alla luce Manfredi detto Lancia, poi Re di Sicilia, e quella Costanza che diventerà Imperatrice di Bisanzio. Nel 1246 Bianca muore, sposata in articulo mortis dall’imperatore, diventa quindi imperatrice e trasmette ai figli il titolo regale.

Ma ritorniamo sulle colline! L’origine è romana, testimoniata dal toponimo Fundus Alianus, ma il primo documento certo risale al 948, riguardando uno scambio di terre: Bruningo, vescovo di Asti permuta i beni dell’Abbazia di San Dalmazzo, siti in Agliano, Vinchio, San Paolo ed altri luoghi con Adalberto del fu Oberto conte di Asti...”

Molte le testimonianze di fede, le chiese sono numerose con opere di maggiore pregio concentrate nella parrocchiale di San Giacomo Apostolo, costruita verso la metà del ‘500 in stile gotico; distrutta dagli Spagnoli nel 1637 e ricostruita vent’anni dopo. All’interno gli affreschi di Luigi Paretti degli inizi ‘800, quattro altari barocchi ed un prezioso crocifisso ligneo del ‘400. Sulla piazza parrocchiale si affaccia pure la chiesa di S. Michele, barocco di fine ‘600, oggi centro polifunzionale del Comune.

Ma l’attività di Agliano si è sviluppata attorno alle fonti termali di acque salso-solfo-magnesiache che stanno ritornando in grande interesse, rinverdendo in fasti dei primi del secolo, quando il Liberty imperava e gli eleganti forestieri della Belle Époque affollavano i saloni delle fonti. Nelle stesse stanze si insedia nel novembre del 1944 una Giunta di Governo per la zona Liberata e per pochi mesi divenne sede del comando della V° divisione Monferrato e redazione della Gazzetta Piemontese. Agliano dispone di buona ricezione turistica, alberghiera ed enogastronomica, ed ospita da anni la Scuola Alberghiera, da cui ogni anno escono trentacinque cuochi ed altrettanti maestri di sala, ambasciatori di cucina tipica nel mondo.

Da Agliano si segue la strada provinciale 6 fino a raggiungere un incrocio in Regione San Rocco. Qui occorre girare a destra su strada Fornaci Stazione che va seguita fino al raggiungimento di una sopraelevazione, la strada infatti passa sopra un colle sotto il quale si trova un tunnel, appena superata in corrispondenza di un incrocio si abbandona la strada principale per seguire quella che si inerpica sulla cresta della collina. Presto si giunge a un bivio, a sinistra si va verso il Santuario dell’Annunciazione di Molizzo, che tra i cipressi a corona di un colle, domina la Valtiglione. L’origine è anteriore al ‘600 e fu luogo di meditazione e di preghiera di un eremita che qui si ritirò dedicandosi al lavoro ed all’istruzione della popolazione locale. La strada principale invece porta a Mombercelli. A indicare l’arrivo in paese c’è un bivio con via Crocetta, qui si gira a destra sulla nuova strada, per poi imboccare via Umberto I che conduce al castello in cima a Mombercelli. Si tratta di un paese le cui antiche tracce non sembrano molto evidenti. Il documento che cita per la prima volta la sua esistenza risale al 1125, ma è probabile che l’insediamento sia di origine longobarda. Nel XII e XIII secolo entra nella sfera della potenza astigiana per passare nel territorio del Ducato di Milano nel 1342, restandovi di fatto fino al 1736. Questo ha permesso a Mombercelli di godere a lungo dei privilegi di un feudo imperiale, che hanno favorito il suo sviluppo commerciale. A dimostrazione della sua importanza, secondo quanto si desume dal Codex Astensis, Mombercelli fra il XII e il XIII secolo ha avuto sul suo territorio ben 4 castelli. La famiglia che dal 1538 ha segnato la vita del paese è stata quella dei Maggiolini, insieme ai Bellone e gli Asinari di Bernezzo, dal castello sulla cima della collina. Di questo purtroppo oggi non restano che rovine. La torre principale, sorta intorno al 1160 in seguito all’accordo col Comune di Asti, crollata così come buona parte dell’edificio. Eppure quello che resta, principalmente il mastio, dimostra quanto fosse massiccio l’edificio, con mura possenti oggi abbracciate da una folta vegetazione. Una volta giunti ai piedi della collina si sale lungo una erta strada nel centro storico. Di qui si raggiunge una parte del maniero oggi di proprietà privata. Quando aveva un valore militare era certamente una fortificazione importante e questo ha reso il paese luogo di transito degli eserciti francesi e spagnoli nei lunghi periodi di guerra fra XVI e XVII secolo.

La chiesa parrocchiale è dedicata a San Biagio ed è frutto di varie sovrapposizioni architettoniche che si sono succedute lungo i secoli. Secondo il Codex Astensis il suo nucleo originario consisteva in una cappella all’interno del castello che sorgeva sul colle della Serra. L’impianto comunque è seicentesco a tre navate; l’ultimo intervento di un certo rilievo sull’edificio risale al 1852 e ospita anche una pala del noto pittore Moncalvo. Nel centro storico è presente anche un edificio religioso molto particolare, la chiesa evangelica Dei fratelli, eretta da una comunità protestante formatasi alla fine del XIX secolo. Ha una fisionomia anglosassone con linee austere.

Il paese ospita anche il Musarmo, ovvero il Museo di Arte moderna e contemporanea, allestito in collaborazione con Asti, che ospita una sua collezione e mostre temporanee. C’è anche il Museo storico della vite e del vino, nato nel 2001 per salvaguardare il patrimonio culturale legato alle tradizioni e agli usi della civiltà contadina nella produzione vitivinicola. Si trova in via Bogliolo 19 ed è visitabile su prenotazione (rivolgersi al Comune al numero 0141/959610).

  • Il Santuario del Molisso fra gli alberi a Castenuovo Calcea. Photo: Lorenzo Marasso.
  • La chiesa parrocchiale di Castelnuovo Calcea. Photo: Diego De Finis.
  • Particolare del massiccio muro perimetrale del castello di Castelnuovo Calcea. Photo: Diego De Finis.
  • I celebri cipressi del parco Orme su La Court. Photo: Giulio Morra.
  • Il castello di Castelnuovo Calcea, con un torre in primo piano. Photo: .

 Conclusa la visita a Mombercelli, dopo aver percorso via Freto si sbuca naturalmente sulla strada provinciale 5 un’amena strada non molto trafficata che offre un piacevole punto di vista sulle colline. Va percorsa fino in fondo senza pensieri visto che conduce direttamente a Castelnuovo Calcea, costeggiando l’imperdibile Parco artistico de La Court. 

Anche a Castelnuovo siamo alle lontane origini dei Liguri Eburiati, che hanno lasciato molti ricordi nei toponimi: Burio, el Bure, oltre a desinenze in “asco”, molto diffuse nel territorio circostante. Sembra certa il passaggio dei Galli o Celti, dimostrato dal termine “bric” per indicare la cima del colle, termine rimasto nel nostro dialetto.

Alla sommità del colle, il Castello, che non c’è più, l’ultimo crollo nell’anno 1969, ultimo di una lunga serie che dal ‘47, quando ancora era agibile tutta la parte settentrionale, su due piani, ha portato al completo annientamento dell’edificio ad eccezione di una torre e di parte della cinta muraria, oggi ben recuperati (il sito è aperto dal lunedì a venerdì dalle 9 alle 13; sabato e festivi dalle 10 alle 19 fra primavera e estate, fra autunno e inverno dalle 10 alle 17).

Questi ruderi sono pieni di storia: dopo che Federico Barbarossa distrusse il paese e rase al suolo la rocca nel 1154, l’anno successivo i Marchesi di Incisa si impadronirono del territorio ed eressero un nuovo Castello nella posizione attuale (quello precedente era alla sommità di un colle in località Castello).

Il nuovo complesso subì numerose distruzioni, all’epoca delle guerre tra Guelfi e Ghibellini, determinando notevoli rimaneggiamenti della pianta originale. Altra distruzione nel 1634 ad opera dei Savoiardi, come rappresaglia verso gli abitanti di Castelnuovo ostili ai Savoia: l’incendio delle fortificazioni e delle case fu così devastante che ancora oggi i vecchi lo indicano come “Castelnuovo bruciato”.

Alla fine del ‘600 Galeazzo Trotti ne diviene proprietario ed inizia un lungo lavoro di ricostruzione, riedificando le torri, il ponte levatoio, i saloni e le camere. Un fossato pieno d’acqua era attraversato da un ponte ad archi a tutto sesto.

Fuori dal recinto del Castello la Parrocchiale di S. Stefano, iniziata il 16 agosto 1684 e benedetta nel 1690. Al suo interno due tele datate 1575 e 1674, la prima rappresenta la Madonna con Bambino che tiene una rosa, la seconda ancora Madonna con San Domenico e Santa Caterina. Nella cappella laterale una tavola della Natività e di fronte una statua lignea della Scuola dei Bonzanigo (‘700). Interessante la Via Crucis ed il pulpito barocco. Castelnuovo è anche il paese natale di Angelo Brofferio: storico, politico e autore di tragedie, come ci ricorda il busto murato sulla parete del Municipio.

Lasciando il paese si scende verso Canelli: merita ancora una sosta l’ingresso monumentale del cimitero, con un mausoleo a pianta quadrata, con la cupola in rame sormontata da un angelo in bronzo, eretta nel 1927 su disegno del sac. prof. Alessandro Thea. All’interno un gruppo marmoreo della Pietà, porte e bassorilievi. Attraversata a occhi chiusi la Asti-Nizza alla rotonda dell’Opessina, si sale a Moasca girando a sinistra alla cima del dosso.

  • Dettaglio di una torre del castello di Moasca. Photo: Lorenzo Marasso.
  • Ciò che resta dell'ingresso al castello di Moasca. Photo: Diego De Finis.
  • Una delle torri cilindriche del castello di Moasca. Photo: Diego De Finis.
  • Un muro perimetrale del castello di Moasca con due torri cilindriche. Photo: .

Domina la piazza un muraglione di mattoni, con ai lati due massicce torri circolari: è quello che resta di una imponente costruzione, edificata sui ruderi del precedente Castello raso al suolo dai guelfi Solaro dopo 22 giorni di assedio (1308). Nel 1351 inizia la ricostruzione, che porta il Castello ad una configurazione architettonica imponente, con due piani abitativi, un’immensa cantina e sotterranei. Ancora nel 1926 l’edificio era integro, se pur lesionato dal terremoto del 1887, poi il completo abbandono porta rapidamente a crolli successivi, fino alla configurazione descritta. Il comune però una decina di anni fa ha avviato un recupero conservativo e una serie di scavi archeologici che han permesso di riscoprire ampi spazi dell’antica maniero. L’integrazione tra pre-esistente, recupero e inserimenti funzionali è stata particolarmente felice, restituendo al idolo paese monferrino il suo monumento più importante, che oggi ospita un ottimo locale e un centro polifunzionale con collezioni d’arte (tra cui quella di Davide Lajolo).

La più antica datazione fa risalire Moasca come facente parte del Contado di Acquasona nel XII secolo, ma il toponimo terminante in asca ne indica la certa origine ligure, nel cui idioma sembra voglia indicare “città in mezzo all’acqua, in riferimento forse alla pianura umida e paludosa dei fondovalle sia verso Nizza che Canelli. 

Scendiamo ancora per risalire al bivio successivo, a San Marzano Oliveto ed al suo castello. Un grande edificio quadrato con quattro torri pure quadrate inglobate nel tetto, una delle quali ancora conserva le bertesche difensive.

  • La chiesa metodista di San Marzano Oliveto. Photo: Lorenzo Marasso.
  • Veduta panoramica della chiesa parrocchiale di San Marzano Oliveto. Photo: Lorenzo Marasso.
  • La chiesa parrocchiale e il castello a San Marzano Oliveto. Photo: Diego De Finis.

Quello che oggi si vede è il frutto dei rimaneggiamenti iniziati nel 1655 dalla famiglia Asinari, che trasforma la cadente fortezza, distrutta dagli Spagnoli, in un’elegante residenza di campagna. Il lato nord è ricostruito in gusto medioevale, con merli, cornici ed archi a sesto acuto. Anche il portale di ingresso, sul lato sud, arricchito di una torre con merli e barbatesche, è del 1844, come il porticato del giardino aggiunto alla costruzione originaria.

Delle origini di San Marzano non si hanno certezze, il primo riferimento è contenuto nel Codex Astensis del 1217 “Marcianus de Aquonax" sembra indicare un santo Martianus o Martius vescovo di Ravenna e martirizzato a Tortona. Il culto di questo santo si trova diffuso lungo la via Emilia, compresa la Scauria che portava ad Alba.

Anche per questo Castello la storia non è stata facile: appartenente al consortile di Acquasona, si allea nel 1189 con Asti ed Alessandria contro il Marchese del Monferrato. È incendiato nel 1333 durante le guerre guelfo-ghibelline, poi passa ai Savoia nel 1575 ed è puntualmente distrutto dagli Spagnoli nel 1625. Ancora uno sguardo alla parrocchiale, che sorge accanto al portale di accesso al Castello. Istituita nel 1200, fu ampliata dal 1758 al 1763 e restaurata nel 1843. È in stile rinascimento, neoclassico ad una navata, con interessanti tele ed affreschi.

Ed un’ultima curiosità: nel concentrico sorge la chiesa Evangelica Metodista, fra le prime costruite in Italia, risalente al 1897 ed all’epoca unica in Italia ad avere una campana...

 

Bruno Fantozzi