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anViagi 146L’Editoriale

Genio

Pietro Giovannini24 ottobre 2014

È notte, l’acqua sciaborda lentamente contro lo scafo e la barca ha il motore al minimo.
Attorno si vedono solo le luci della costa molto vicina.
È estate e l’aria è umida... d’altra parte mi trovo su un lago, il lago di Como.
La barca è piena di strumenti musicali e di gente che parla un’altra lingua. Ma tutti i suoni sono ovattati, chiusi nell’aria spessa e stagnante del lago.
Faccio più attenzione: tutti parlottano in russo, però si distinguono bene anche imprecazioni in italiano che arrivano da poppa. Là c’è un uomo che sta buttando fuori acqua e cercando di chiudere un buco… o almeno così mi sembra, perché non lo vedo bene: è buio, io sono a prua e la barca è almeno 8 metri.

Ora che ci penso… io non sono a prua: io sto guidando!

Ho il timone nella destra e la leva di marcia nella sinistra. E oltre la mia mano sinistra, seduto contro il bordo scafo, ora inquadro perfettamente Sergey Shnurov che mi osserva comprensivo, anzi fiducioso, e mi dice “Davaj Pietro!”

Aspetta, aspetta… sto guidando una barca sul lago di Como con una rock band russa a bordo mentre a poppa imbarchiamo acqua???

Dov’è il mio posto in questa storia?
Chiudo gli occhi e cerco fortissimamente di svegliarmi.
Invece quando li riapro, le luci del Grand Hotel Tremezzo sono sempre più vicine.

 

Ucraina, una decina di anni fa: il volto di Frodo (nessuno si ricorderà mai di lui col suo nome di battesimo, Elijah Wood) è sempre lo stesso: si direbbe che il ragazzo abbia un'espressione sola. Ora sta aprendo una busta di plastica trasparente con dentro una manciata di terra. Non ci sono più maghi e orchi ma solo macchine scassate, fosse comuni e un paesaggio bellissimo.
Del resto il film è tutto bellissimo, con un titolo enigmatico: “Ogni cosa è illuminata.
La musica che sale coi titoli di coda è “Start wearing purple” dei Gogol Bordello, una rock band americana di immigrati dell'est Europa (prodotta da Madonna) il cui leader Eugene Hütz ha vagato un po' dappertutto prima di vincere alla lotteria e fare il co-protagonista del film.
Loro li conoscevo già, ma a me nel film hanno colpito altri pezzi prima: tre canzoni, tre fucilate, tre cose nuove e diverse che Madonna non produrrà mai.
Tre frammenti che arrivano dall'altra parte del mondo, oltrecortina, da quella Russia che -ho realizzato solo in quel momento- dopo la fine della Guerra Fredda ha costruito anche una sua musica indipendente con mille garage band e sonorità diverse: un rock cantato in russo, coi suoni russi e la meravigliosa narrativa russa.

Loro, quelli dei tre pezzi del film, si chiamano Leningrad ed è, come mi capita spesso, amore a prima vista.

 

La prima volta che torno in Russia (l’anno dopo credo) li cerco e non li trovo: hanno un periodo di crisi forse e non fanno concerti da un po'. Però recupero un paio di dischi che mi piacciono sempre di più. Intanto, via you tube, li posso seguire più da vicino...
Nel 2011 sono di nuovo a Pietroburgo per l'inaugurazione del Ristorante Barbaresco (un pezzo di Piemonte nella città degli Zar) e l'ospitalità di Igor è a dir poco sontuosa. Ha organizzato tutto, preparato un van e una guida per noi e ci ospita all'hotel Rossi (dedicato a uno dei grandi architetti italiani che hanno fatto questa città), un gioiellino di albergo sulla Fontanka.
Quando Igor mi chiede cosa voglio vedere della città, gli rispondo subito “Ovvio: i Leningrad!”. Lui strabuzza gli occhi e incredulo mi chiede: “Ma come fai a conoscerli?” io sogghigno e lui mitico: “Comunque Nastya, la sorella di Dima, il mio cuoco, è fidanzata col chitarrista... te la presento alla festa”.
E così io incontro Anastasia Reshetnikova che diventerà una del mie più care amiche in Russia, e suo fratello Dima, che mi ha voluto al suo matrimonio e quest’anno è venuto in viaggio di nozze qui nelle Langhe. E anche un sacco di altre belle persone.

Ma non i Leningrad: “mi spiace Pietro, Kostya è in tournée, credo sia a Vladivostok oggi… sorry”.

 

Il Brennero è tutto bianco e la discesa in Austria lentissima e fastidiosa come sempre, a parte il prezzo stracciato del gasolio che spiega meglio di mille tavole rotonde la qualità del politica austriaca rispetto alla nostra.
È febbraio del 2012 e con un amico ho deciso di andare finalmente a vedermeli i Leningrad in Germania: fanno due concerti a Monaco e Stoccarda… bene: sarà una doppietta!
Chiamo Nastya che gentilmente avvisa il tour manager …e così quando arriviamo all’ingresso (cioè al pelo, cinque minuti prima del concerto) i tedeschi quasi non ci credono: ci sono davvero due italiani così pazzi da venire apposta fin qui per sentire quest’accozzaglia di russi alticci?
L'accozzaglia di russi è sicuramente alticcia ma semplicemente grandiosa: questi concerti sono fatti per gli emigrati russi in Germania (che sono parecchi) e tutto, dalle scritte agli annunci e solo in russo! Ci divertiamo come dei pazzi per due ore, beviamo come spugne e a fine concerto finalmente incontro Kostya, il chitarrista.
Ci mettiamo credo dieci secondi a rompere il ghiaccio, lui però è stanchissimo e rimaniamo d’accordo per vederci il giorno dopo, quando ormai sembriamo già vecchi amici di tutto lo staff: pochi popoli hanno un senso di ospitalità pari a quello russo.

 

Da allora ho visto i Leningrad un sacco di volte: concerti nella loro Pietroburgo, concerti all’estero, concerti privati per vip che li strapagano (ormai sono la Band numero uno del paese)… e tutte le volte rimango affascinato dal carisma di Sergey e dalle capacità della band: sono più o meno 16-18 persone sul palco che suonano qualunque cosa e riescono a produrre in ogni situazione un sound perfetto e inimitabile.

Kostya una sera d’inverno a Pietroburgo, nel suo pub preferito, mi racconterà di come Hütz dieci anni fa non fosse altro che un loro fan che dopo un po’ è sparito e ha semplicemente copiato il loro stile, cantando però in inglese.

Loro invece in inglese non canteranno mai!

Anzi Sergey manco lo parla (sospetto che lo parli benissimo -è troppo intelligente per non impararlo in tre mesi- ma che semplicemente si rifiuti di usarlo) e mi dice di come una volta un giornalista ascoltando i loro primi album, abbia (giustamente) detto: “Ma sembrate la Mano Negra!” e Sergey di rimando: “E chi cazzo è la Mano Negra?” - “Ma la ex-band di Manu Chao noh?” - “Noi siamo di Pietroburgo e non abbiamo mai sentito nessuna cazzo di band francese in vita nostra! E in ogni caso noi non copiamo nessuno.”
Ecco: in questa dichiarazione c’è tutto Sergey: diretto, sincero e autentico come pochi.

Quello che non si può capire da questa frase è che Sergey Shnurov è un genio.

Scrive un pezzo alla settimana e lo registra al volo, musiche e testi sono sempre suoi, cura i video, la grafica e tutta l’immagine dei Leningrad, nel tempo libero (ma quando???) fa colonne sonore, progetti paralleli, dipinge, apre locali, va in tv, e ovviamente fa circa 100 concerti all’anno da una vita per tutta la Federazione Russa (e sono 11 fusi orari)!
Nei suoi pezzi, famosi per lo slang volgare detto “mat” (niente che spaventi più manco la vostra vecchia zia), dipinge situazioni divertenti, paradossali, ironiche, con uno stile, un ritmo e un sound unici. La sua voce è aspra, ruvida e per nulla accattivante: sembra un Tom Waits dell’est e il talento è lo stesso.
Nei Leningrad c’è satira a mazzi, ma solo per chi è in grado di coglierla. E c’è poesia: a Natale qualche anno fa ha messo in musica una poesia di Cvetaeva da brividi, che se solo facesse tutto un album così, la poesia russa del ‘900 diventerebbe molto popolare!

C’è soprattutto in Sergey e nella musica dei Leningrad una fortissima identità russa che da vent’anni cerca disperatamente di riannodare i fili della vecchia Unione Sovietica nella attuale società russa, fili tagliati da Gorbaciov e attorcigliati da Etsin.

Lui prende vecchie canzoni e le veste di nuovi testi, recupera melodie tzigane, immagini e modi di vivere di prima e li ribalta nella Mosca del 2000.
Shnurov per altro non è nemmeno un fan di Putin (in un famoso video -www- lo prende anche pesantemente per i fondelli, usando oltre tutto un vecchio slogan sovietico) ma da russo ha celebrato il ritorno della Crimea alla Russia (quanta disinformazione ho letto in Italia su questa cosa). Non è assetato di denaro e potere e anzi si fa beffe dei managers (che lo coprono di soldi per suonare ai loro eventi) scegliendo scalette che li deridono, e firma un pezzo come Svoboda (Libertà) che è una storia nella storia e una canzone nella canzone (che molti pensano dedicata a Khodorkovsky, anche se io non credo.)

Sergey è un genio, come solo in Russia ne nascono ancora, come Lomonosov o Mendeleev, come Shostakovich e Achmatova.

Qualcuno rabbrividirà al paragone, probabilmente sto prendendo una cantonata e Sergey è solo una rockstar che a furia di drogarsi, ubriacarsi e andare a letto con le compagne di scuola ha trovato la strada del successo (sono parole di una sua celebre hit).
Può darsi. Solo il tempo ce lo dirà.
Per intanto vi rassicuro: la band è arrivata sana e salva a Tremezzo, dopo un concerto privato ad un matrimonio di pazzi che girava il Lago di Como come fosse Disneyland.

E io forse non mi sono ancora svegliato.

 

Autore foto: 
Didascalia: 
Pietro e Shnur