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anViagi 157L’Editoriale

Fiori selvatici

Pietro Giovannini25 ottobre 2017

 

You belong among the wildflowers
you belong in a boat out at sea
sail away and kill out the hours
you belong someway you feel free…

 

L’American Boy, il ragazzo che dalla Florida aveva sfondato in tutti gli USA con i suoi Spezzacuori, il musicista che amava restare sempre un passo dietro i suoi miti, come un gregario in scia a Bob Dylan o a George Harrison… beh Tom Petty il 2 ottobre se n’è andato.

Non era famoso in Italia ovviamente, perché spesso dell’America qui importiamo il peggio, e difatti in Italia lui ci aveva suonato solo poche volte.

La prima fu nel 1987, in un cartellone meraviglioso in cui lui e Roger McGuinn scaldavano la scena a un Dylan in gran spolvero (il Temples in Flames tour), dove gli Heartbreakers facevano anche da backing band per His Bobness e tutte le sere non avevano la più pallida idea di dove Dylan sarebbe andato a parare. Furono concerti memorabili, certo con alti e bassi, dovuti proprio alla volontà di lasciare che le cose semplicemente accadessero. A volte -è vero- non tutto funzionava… ma più spesso invece fecero cose grandiose.

Come scrissero, poco dopo, a quattro mani: jammin’ me!

Petty si scoprì così uno dei pochi in grado di cantare insieme a Bob (forse con la Baez, ma senza mai prevaricarlo) e gli Heartbreakers furono la sua migliore backing band dai tempi di The Band. Tom a fine tournée lasciò un epitaffio che ci rende tutta la dimensione di quel grande artigiano che è stato: “Prima di suonare con Bob, pensavo di essere un musicista. Ora ho capito che cosa vuol dire essere un musicista.”

Ho amici che, con mia grande invidia, li videro a Modena o a Torino e sostengono che fu proprio quel concerto a folgorarli sulla via di Duluth… Da quella tournée e dalle precedenti sei date coi Dead, Dylan risorge e trova nuove motivazioni per continuare a continuare, quel keep on keepin’ on che da solo vale tutta Tangled Up in Blue.

Inizia l’epifania del NeverEnding Tour, il tour infinito, una delle cose più belle della mia vita, la cui idea –ne sono convinto– è nata proprio sul palco assieme a Petty.

Ma Tom nel NET non ci sarà; ormai ha una carriera sua che cresce ogni giorno: Full Moon Fever e Into the Great Wide Open non dovrebbero mancare a nessuno che ami il Rock americano.

Un anno dopo (il 1988) un po’ di amici si erano trovati a cazzeggiare a casa di Bob e dal nulla  era uscito quel miracolo che è Traveling Wilburys vol. 1. Da We’ll bury them out… questa è una storia piena di doppi sensi e di coincidenze macabre: solo Dylan e Lynn sono ancora vivi, gli altri (Orbison, Harrison e ora Petty) sono già tutti morti…  prego, maneggiare con cura

Nel 1991 la Columbia festeggia la sua gallina dalle uova d’oro con un grandioso galà al MSG. Ci sono praticamente tutti i nomi del rock e, in particolare, quasi tutti gli amici di Dylan.

Petty gli regala una delle esibizioni migliori di tutte, sospeso tra l’intimità di License to Kill e la festa di Rainy Day Women #12&35 che forse alla fine è la sua vera cifra stilistica.

Poi sale ancora a cantare con il gotha di Clapton, McGuinn, Harrison, Young una memorabile My Back Pages e da lì entra direttamente nell’Olimpo del Rock.

 

…you belong with your love in your arm
you belong someway you feel free…

 

Nel 1994 esce il suo secondo album solista, che per me è semplicemente la cosa più bella che ha fatto: Wildflowers.
Quindici canzoni perfette, quindici capolavori, un disco che ho consumato: lì c’è davvero tutto Tom Petty, tutto quello che oggi ci manca e che non tornerà mai più.

Io l’ho visto solo due volte (di fila) nel 2003 a Holmdel in New Jersey, in uno di quei classici show estivi della provincia americana, una struttura in the middle of nowhere dove all’imbrunire il parcheggio si anima di mille auto (e relativi tailgates party), le luci si accendono e il miracolo si ripete: ladies and gentlemen would you please welcome… Tom Petty and the Heartbreakers! Signori e signori diamo il benvenuto a… un artista della Columbia Recordings: Bob Dylan!

Ognuno col suo show e un paio di brani assieme, solo loro due, con Tom in jeans e gilet nero, i capelli biondi e l’aria di essere appena sceso dal fienile, sempre un nano secondo dietro l’altro, quel maledetto folletto che non tiene un tempo mai e nemmeno un tono e nemmeno un verso… ed è per questo che è unico.
Ed è per questo che pochi possono stare lì a duettare con lui.
Ed è per questo che Tom Petty è lì: lui è uno dei pochissimi in grado di farlo.
E di farlo bene.

Dal tour del 1986 venne realizzato uno speciale (Hard to Handle) che vale tutti i suoi soldi anche solo per il finale, con quella lunghissima intro di armonica di Knockin’ On Heaven’s Door e un’esecuzione da brividi.
Alla fine, quando già scorrono i titoli di coda, le voci ripetono all’infinito …just like so many times before…

Dylan ieri sera ha chiuso il concerto con una versione toccante di Learning fo Fly.
L’american boy avrebbe compiuto 66 anni il giorno prima e invece ormai era solo un altro amico che ha imparato a volare troppo presto… just like so many times before…

 

…you deserve the deepest of cover
you belong in that home by and by…

 

E un po’ tutti negli States lo hanno pianto cantando una delle sue tante meravigliose canzoni, nel loro primo concerto.
Miley Cyrus ha posato una strepitosa Wildflowers in coppia con suo padre al Jimmy Fallon Tonight Show, i Wilco hanno cantato The Waiting, i Gov’t Mule Breakdown, il grande John Fogerty I Wont Back Down

 

Ma la prima a dover salire su un palco, la sera che a Tom si è fermato il cuore, è stata Sheryl Crow.

“We ‘re just losing someone we loved so much”

Io adoro Sheryl, una volta ho visto anche un concerto di Bob accanto a lei, e per me lei è davvero la regular american girl che, proprio come Tom, ha visto realizzarsi il suo american dream: dal club dove suonava alla sera con gli amici su su fino al palco dei Rolling Stones, a duettare Honky Tonk Women con Jagger.

Sheryl negli ultimi anni è uscita da una serie di brutte cose; anche lei ha scritto un album sui fiori selvatici e, come se non bastasse, questo maledetto 2 ottobre 2017 è su un palco di Newport Beach in California e la filmano. E si vede benissimo che non ha nessuna voglia di cantare.
Ma lo fa lo stesso.

“We’re goin’ to play a song that in some ways is inspired by the way he played.
I just was a big fan.”

E attacca If It Makes You Happy con una voce spezzata di gioia, rabbia e disperazione insieme.

If it makes you happy
It can't be that bad
If it makes you happy
Then why the hell are you so sad?

Una sua canzone, che però davvero potrebbe essere di Petty.

O di chi è stato semplicemente -da sempre- un suo grande fan.

 

Tom è andato avanti ma Sheryl, lei è ancora qui.

E ora che purtroppo lui non passerà più da queste parti, sarebbe così bello (something good -still- comin’) se fosse proprio Sheryl a prendere gli Heartbreakers per mano per portare ancora un American Dream in giro per i palchi del mondo, tra i fiori selvatici e i grandi spazi aperti, magari per l’ultimo ballo di Mary Jane, che non sai come ci si sente ma a volte beh… ci rende felici.

O -almeno- lo siamo stati.

 

…you belong among the wildflowers
you belong somewhere close to me
far away from your troubles and worries
you belong someway you feel free…