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Romano Levi, un distillato di poesia

Pietro GiovanniniOriginariamente pubblicato nel luglio-agosto 1997

“Our house, is the very, very fine house, with two cats in the yard, life used to be so hard, now everything is easy ’cause of you”.

 

La prima cosa che mi viene in mente, entrando nel cortile di casa Levi è questa vecchia canzone di Graham Nash, “Our House”: il cortile con i gatti all’ombra, le tegole dipinte appese al muro coperto di rampicanti, gli alberi da frutta sparsi qua e là per il giardino, tutto contribuisce a creare un’atmosfera speciale che, anche dopo anni di frequentazione, è rimasta intatta.

L’ultima volta che ho incontrato Romano Levi ero con Ben, un ragazzo israeliano e con la sua ragazza: Ben è partito da Tel Aviv per conoscere i grandi produttori di vino italiani e francesi, con la segreta speranza di incontrare anche il mitico “Mister Levi” (in Israele la grappa di Levi si trova in un solo ristorante di Tel Aviv, importata, pensate un po’, da Amburgo!)

Bruno, il suo unico aiutante, libera dal paletto il cancello di ferro, facendoci scendere “nell’ufficio” di Levi: una piccola stanza in cui Romano scrive a mano tutte le etichette, letteralmente sommersa di riviste, biglietti da visita, cartoline, fotografie, souvenir e ovviamente gufi di ogni sorta, che il mondo ha collezionato per lui. Una pila di “Sole 24 ore” sbuca dal pavimento: le pagine del primo quotidiano finanziario italiano sono - chissà perché - da sempre l’unica confezione per le sue bottiglie.

“Mister Levi” ci accoglie sorridendo; quando gli dico che Ben è israeliano, e che è venuto apposta qui per lui, si ferma un istante, lo guarda, sorride di nuovo e lo invita in distilleria (rigorosamente in italiano). La “cröta” con l’alambicco è rimasta intatta (ragnatele comprese) dal 1925; sul portone di legno, scritte in gesso in tutte le lingue del mondo raccontano meglio di cento articoli chi è davvero “Mister Levi”. 

Ben scrive i propri auguri in ebraico, mentre due giapponesi, alcuni tedeschi e uno svizzero sono già entrati nella distilleria. Ecco siamo tutti nella penombra della cantina, ognuno con un misurino di grappa in mano... Levi parla solo in italiano (io traduco, male, in inglese per Ben), qualcuno traduce in tedesco, nessuno parla giapponese: ci racconta di un uccellino che sta fischiando la fuori, è un segnale di pericolo: dice che in autunno migrerà lontano... ma sempre, anche in Africa, i suoi simili sentendo quel verso, sapranno del pericolo. La storiella sulle lingue fa ridere tutti, anche i giapponesi.

Ben esce con una bottiglia (che fortuna!) a lui dedicata mentre io sfoglio l’edizione giapponese di Esquire: titola in italiano a tutta pagina “Buongiorno signore grappa”; fuori i gatti continuano a dormire. 

Questa intervista è stata raccolta il 13 di giugno di quest’anno, in un pomeriggio in cui, incredibile, non è venuto nessuno!

 

anViagi: Perché lei ha iniziato a distillare, perché proprio la grappa?

 

Romano Levi: Io ho cominciato a distillare nel 1945, che non avevo ancora neanche 17 anni... Ho iniziato per lavorare... un lavoro come un altro, per poter vivere... in quel periodo lì mi son trovato solo, e cosa fare? Altri lavori non sapevo, e non sapevo neanche distillare: siccome mio padre aveva messo su la distilleria nel 1925 e io me la son trovata lì, ho cominciato, senza essere pratico di niente... se ho imparato qualche cosa, ho imparato sbagliando.

 

aV: Ma suo padre aveva la distilleria dal 1925, cos’è successo poi?

 

R.L.: Mio padre è mancato nel 1933, che io non avevo ancora cinque anni, non ricordo niente di lui; mia madre ha tenuto la distilleria fino al 1945, e nel ’45 c’è stato un bombardamento aereo e lei è morta così, mia mamma; io e mia sorella ci siamo trovati soli e abbiamo fatto questo per poter vivere; ed è stata una fortuna che mia madre abbia tenuto la distilleria quando è mancato mio padre; la distilleria per me è stata una fortuna, anche se questo lo posso dire solo oggi...

 

aV: Lei è celebre per le sue etichette: quali ricorda in particolare?

 

R.L.: Dovrebbero essere tutte... però ad esempio quelle delle "bambine delle scuole elementari di San Donato sulla collina, che son venute a togliere le grandi ragnatele perché il parroco potesse entrare a portare la benedizione", questa era un’etichetta, un’etichetta che ha fatto il giro del mondo, è stata persino tradotta in tedesco sui giornali... anche perché queste bambine, che non sono venute eh, ma a forza di scriverlo cento volte, duecento volte, allora sì che son proprio venute! Poi ho fatto anche la pagella... che erano sei bambine: Maria Assunta, Maria Annina, Maria Carmelina, Maria Fidelina, Maria Felicina, Maria Rosaria... e sono state tutte promosse, ho fatto io tutte le pagelle!

 

aV: Altra sua caratteristica sono i gufi Anche se è un’abitudine importata, vero?

 

R.L.: Sì, siccome qui dicevano che portano male, portano disgrazia, allora io che non credo a questo, ho fatto fare un quadro di un uccello notturno, che si vedesse bene, e l’ho messo in distilleria... da allora la gente, che vede questo quadro, pensa che io faccia la raccolta, e mi fanno fare la raccolta delle civette, da tutte le parti del mondo mi arrivano dei gufi... Adesso sono contento di avercele e ringrazio chi me le ha portate, però non era mia intenzione fare la raccolta di civette.

 

aV: e poi Lei lavorava di notte come i gufi, il quadro è nato così...

 

R.L.: Sì, la  vita di distillatore manuale, di lavoratore artigianale ecco, è anche un lavoro notturno... quelli di una volta dormivano - quel poco che dormivano - in distilleria, e lavoravano sempre di notte...

 

aV: E Lei distilla ancora come una volta?

 

R.L.: Sì, io distillo ancora così, come quando le distillerie erano tutte piccole come la mia, e si distillava a fuoco diretto. Dopo la guerra quasi tutti hanno cambiato, distillerie più veloci, più potenti... Io non ho inventato niente, continuo come si faceva un tempo.

 

aV: Però oggi Lei è rimasto il solo

 

RL: Sì, oggi ci sono solo più io

 

aV: Ci descrive il sistema?

 

RL: Dunque, la caldaia con dentro l’acqua e le vinacce è posta direttamente sopra la fiamma, e si deve evitare di bruciarle, alzando troppo il fuoco; si deve stare lì tutto il tempo e seguirlo bene...

 

aV: e il ciclo poi prosegue...

 

R.L.: Sì, perché si distilla vinaccia, cioè la pelle, i raspi dell’uva dopo la pigiatura... che per il contadino è solo un fastidio... e dura poco: dura due giorni e poi va a male... per noi è materia prima, è importante, noi viviamo su questo... e dalla vinaccia che dura poco noi tiriamo fuori la grappa che vive sempre  Poi distillata la vinaccia, rimane  la buccia più povera ancora di prima, perché non ha più l’alcol, ma per noi diventa combustibile: la si pressa, la si taglia a pezzi, la si fa essiccare e l’anno dopo sarà un combustibile straordinario, tanto straordinario che ne avanziamo ancora... e la cenere la usiamo ancora come concime! Quindi è una lode alla vite che fa delle cose meravigliose: la vite fa l’uva che è buona da mangiare, e poi fa il vino che è già tanto e poi dalla materia povera tiriamo fuori la grappa che è una materia spirit... sì, spirituale!

 

aV: Cos’è per lei la grappa?

 

R.L.: Per me la grappa... mah la grappa è stato il mio lavoro,  anche se non sono intenditore per niente, dovessi parlare di grappa non posso, la mia grappa la confondo con quella degli altri, e quando assaggio quella degli altri, dico potrebbe essere la mia... come confondo anche i vini. Non potrei parlare di grappa, perché la grappa ha vita di mille anni, quindi soltanto la mia vita, così come è stata, non basta a conoscerla. Uno che beve la grappa può dire cosa vuole, chi la fa deve stare attento a cosa dice, bisogna avere almeno cent’anni per poterne parlare... io cent’anni li avrò nel 2028, e allora potremo poi parlare di grappa.

 

aV: Le piacciono i ricordi? Lei è legato ai ricordi, perché quando si entra qui è tutto fermo, si ha l’impressione di entrare in un luogo immobile, in cui il tempo scorra più lento...

 

R.L.: Ricordi... allora... se si tratta di vita privata, ricordi belli ne ho avuti pochi... sì, ricordi belli ne ho avuti pochi; se si tratta di lavoro, è tanti anni che lavoro, ma non posso dire ho dei ricordi... è difficile, anche perché non faccio caso a quello che ho attorno, le poche volte che vado via un giorno, quando arrivo a casa son contento di trovarmi a casa mia, che mi pare di essere tornato nel mio mondo, e forse questo è anche un ricordo del mio mondo... non so come sia...ad ogni modo non so se ho dei ricordi buoni. Per il lavoro sì, è stata una soddisfazione... Non sto molto a guardarmi indietro perché per vivere è una lotta continua tutti i giorni, quindi non ho neanche tempo a pensare indietro; ricordi ce ne sono, anche belli, ma rarissimi, rarissimi...

 

aV: Cos’è per Lei la perfezione? Esiste?

 

R.L.: La perfezione non esiste. Al massimo si può cercare la perfezione in un piccolo pezzo di vita o di lavoro... lì si cerca la perfezione... ma è quella che fa dare di testa alla gente... guai! Per essere perfetti poi si dovrebbe esserlo in tutto, come poso un vaso di fiori sul davanzale, come mi lego le scarpe, come metto le mani in tasca...

 

aV: La verità è un argomento da ubriachi. E’ d’accordo?

 

R.L.: Cosa rispondo io, non so se sia la risposta giusta, ma per me la verità non esiste; ognuno ha la sua verità...

 

aV: Appunto, quindi se ne può parlare seriamente solo da ubriachi...

 

R.L.: Ecco, forse sì, forse sì... se siamo in una casa piccola bassa con poco cielo, possiamo dire: “la verità è una”, se ci troviamo in cima ad una collina, in una casa dove si spazia da una collina all’altra, alla stessa domanda, rispondiamo tutto all’incontrario. Bisogna essere ubriachi davvero!

 

aV: Allora, se è vera questa frase, la grappa è un aiuto a ricercare la verità?

 

R.L.: (Ridendo) Sì forse aiuta, forse aiuta...

 

aV: Lei è un solitario: cos’è per Lei la solitudine, una scelta?

 

R.L.: Per me non è stata una scelta, mi son trovato solo e basta... ma Le dico che siamo tutti terribilmente soli, tutti quanti, anche chi è sposato, anche chi vive con un altro, purtoppo siamo tutti soli e dobbiamo decidere di ogni cosa. Questa per me è una verità terribile. Io poi ormai sono abituato, la solitudine è stata una cosa terribile, ma mi ci sono abituato per forza maggiore, è la vita che lo impone. Poi non sono solo, perché continuamente c’è gente che viene qui. Non è una compagnia cercata, ma tante volte anche chi cerca una compagnia, ha bisogno per mantenerla di molta solitudine: la compagnia si apprezza di più dopo la solitudine.

 

aV: Lei è credente?

 

R.L.: Credente... allora: in Dio credo, e sono stato battezzato. Credo in Dio, in Dio Creatore: secondo me c’è. Però rinuncio a questo Dio, perché non so com’è fatto. Dio è la perfezione, l’immensità. Ma l’immensità non ha limiti, cioè è in continua espansione... ma se è in espansione, vuol dire che ci sono dei posti dove ancora non è stato: allora non è Dio. E’ difficile... è un bel problema.

Come religione mi piace tanto il Vangelo, la religione cattolica; specialmente dove Gesù dice “se vai a trovare un povero diavolo in prigione, hai fatto piacere a me, perché in quell’uomo c’ero io”. Ora nessun uomo direbbe questo, anzi si sta alla larga dalle prigioni... dunque questo mi piace, però non la frequento la religione, perché non si può tenere i piedi in due scarpe; la religione cattolica è bella ma terribile, radicale: o dentro o fuori; io non posso seguirla, non riesco... la predica è una cosa bella, ma chi è che la mette in pratica?

Quasi nessuno.

 

aV: Lei è felice?

 

R.L.: Se mi dicessero di ripetere un’altra vita alle stesse condizioni, io direi di no. Intanto perché io non ho chiesto di nascere fra l’altro... però essendo vivo e vedendo quanti tribolano a tirare avanti per il lavoro, allora io sono obbligato ad essere felice per il lavoro mio: che sono a casa mia, e la gente viene a trovarmi... questo se si pensa al lavoro; se si pensa alla salute, tutti abbiamo i nostri guai, io vivo con una sorella, Lidia, che sta molto male, che non può camminare... però mi sento di dire questo: che non vada meglio, purché non vada peggio, ecco. Quindi io parlo del lavoro, perché nella vita privata, non sono stato felice, e non chiederei di vivere un’altra volta...

 

aV: Lei una volta mi ha detto che vive per lavorare e lavorerà finché vivrà...

 

R.L.: Appunto, solo che vada avanti così, perché oramai ho capito che se non lavorassi andrebbe peggio, cosa farei? Io non so per quanti anni resisto, ma il giorno che dovessi dire: “vado nella casa di riposo”, attraverso la strada e muoio lì. Non so se esiste la felicità, neanche per gli altri... non so se c’è qualcuno felice. Se vedo uno cantare, non so se è felice oppure se ha bevuto...

 

aV: magari grappa...

 

R.L.: o vino... ecco quando bevono, in quel momento possono essere felici...

 

aV: Allora abbiamo trovato la risposta: la grappa (specie la sua, n.d.r.) è un attimo di felicità!

 

R.L.: Sì; è un attimo di felicità. Pensare che per essere felici ci vuole poco: quando la gente mi dice “Ciao”, io sono contento... io faccio la raccolta di strette di mano, ci vuol davvero poco... quando sento un usignolo... ecco qualche anno fa c’era un usignolo su una pianta lì, era un mattino presto, era tutto scuro, c’era solo la caserma qui che aveva una finestra accesa... io sento questo usignolo: una meraviglia... sarà stata la fine di aprile o maggio. L’ho sentita tutta, lì sotto la pianta del pero, mi sono sentito tutta la canzone e poi mi sono sentito in dovere di applaudire (ride).

 

Grazie “Mister Levi” per tutte le volte che ci siamo visti, e cerchi, se possibile, di non attraversare mai quella strada.