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anViagi 140L’Editoriale

Splendido

Pietro GiovanniniOriginariamente pubblicato nel giugno 2011

I want to live alone in the desert / I want to be like Georgia O’Keefe / I want to live on the Upper East Side / And never go down in the street…

Nel 2002 ho avuto il privilegio di vedere sette concerti di Dylan in California. La cosa più strana di quegli show indimenticabili era che lui cantava molte canzoni di altri autori, tra cui Old Man di Neil Young e una fantastica Brown Sugar della premiata ditta Jagger & Richards.

Ma soprattutto cantava due o tre canzoni di Warren Zevon.

E chi è direte voi? Un grande musicista, un ottimo interprete e un meraviglioso scrittore di canzoni, come altri semi-sconosciuti artisti americani del calibro di Joe Ely, Townes Van Zandt, Steve Earle o Lucinda Williams… Tutti ignoti al grande pubblico europeo ma molto stimati in madrepatria. Zevon da noi è famoso più che altro per Werewolves of London, un bel pezzo rock degli anni ‘80… ma ha scritto decine di grandi canzoni.

…Splendid Isolation, I don’t need no one / Don’t want to wake up with no one beside me / Don’t want to take up with nobody new / Don’t want nobody coming by without calling first / Don’t want nothing to do with you…

In ogni caso, nessuno si aspettava un omaggio del genere: ovviamente Bob non ha scelto la canzone che più di tutte è dylaniana, quella straordinaria Splendid Isolation che lo descrive così bene. Sceglie invece un rock e due piccole gemme poco note, che rende benissimo. Zevon stesso rimane stupito e commosso da quell’omaggio: in tre sere nella sua città, L.A., nel rinnovato Wilthern Theatre sua Bobbità Dylan canta sette suoi pezzi. E tutti pensano a lui: a Warren Zevon.

Che sta morendo.

Cancro da amianto (quello dell’eternit di Casale per capirsi), incurabile, tre mesi di vita. La casa discografica con grande tempismo ha pubblicato un Greatest Hits… lui invece si è chiuso in studio, ha chiamato tutti gli amici di una vita (altro che splendido isolamento!) e si è messo a incidere il suo testamento. Sono venuti tutti: da Springsteen a Tom Petty, dall’inseparabile Jackson Browne a Billy Boy Thornton… Incide (per ricambiare l’omaggio di Dylan) una Knockin’ On Heaven’s Door da brivido (e Dylan si stupirà di non essere stato coinvolto). Il disco è una piccola gemma da tenere accanto nei momenti di sconforto, un inno alla vita e alla bellezza del mondo.

Zevon è sempre stato un uomo con grande senso dell’umorismo, sarcastico, beffardo a volte cinico e persino macabro. Ha scherzato sulla morte da una vita, e non cambia idea nemmeno alla fine. Le sessions, per suo volere, sono state filmate: si vede Warren sempre più stanco, ma incredibilmente vitale che spara rock e ballate col fiato del destino sul collo. L’atmosfera oscilla tra allegria e tristezza: tutti sono consapevoli della loro impotenza e del grande talento che presto sarà perduto per sempre. E ridono con lui, che scherza e fa battute a tutti… come se avesse tutta la vita davanti!

…I’m putting tinfoil up on the windows / Lying down in the dark to dream / I don’t want to see their faces / I don’t want to hear them scream / Splendid Isolation: I don’t need no one…

A fine ottobre, Warren va per l’ultima volta al David Letterman Show, che lo aveva ospitato tante volte: ci regala quattro canzoni –le sue ultime canzoni dal vivo– e un aforisma in cui c’è tutto Warren Zevon: I enjoy every sandwich! Anche Letterman si commuove quando Warren, dietro le quinte, gli regala la chitarra che non userà più.

L’album, The Wind, esce a fine agosto del 2003… Warren Zevon si spegne 12 giorni dopo. Ha resistito quasi un anno in più delle previsioni dei medici.

L’ultima canzone si intitola Keep Me In Your Heart For A While, e l’ha incisa in camera da letto, ormai stremato. È il suo saluto a tutti noi, a sua moglie, agli amici: è solenne, allegra, malinconica, semplice e tremendamente bella.

“Sometimes when you’re doing simple things around the house / Maybe you’ll think of me and smile / You know I’m tied to you like the buttons on your blouse / Keep me in your heart for a while”

“A volte, mentre starai facendo i lavoretti di casa / magari ti verrò in mente con un sorriso / lo sai che resto cucito a te come i bottoni alla tua camicetta / tienimi nel tuo cuore ancora un momento”.

Non è una canzone triste, ma attorno a lui piangono tutti; ed è impossibile non piangere sentendola.

Che bello saper morire come Warren Zevon, con coraggio e dignità, ironia e coerenza, facendo quello che si ama fino alla fine, lasciando un bel ricordo di sé e perché no, anche qualche lacrima.

Non avere bisogno di nessuno, sognare l’isolamento dal mondo, sapendo però di avere intorno un sacco di amici, e un posto prenotato nel loro cuore. Splendido.