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Barbaresco: un grande sogno

Massimo MartinelliOriginariamente pubblicato nel giugno 1997

Il territorio

Colline ondulate, ripide e dolci, sinuose verso il corso del fiume Tanaro che è il grande fiume di queste zone, con lunghe propaggini verso le Langhe più alte, quelle impervie dei boschi, dei pascoli, della nocciola.

Da queste parti è il regno dell’uva, e quale uva!

Infatti il vitigno nobile “Nebbiolo” qui coltivato, si esprime con pieni caratteri che vengono dalla natura stessa della pianta, dal terreno (marne calcareo-argillose di colore bianco con strie scure e vene sabbiose) dai sistemi di allevamento e di coltivazione, dal microclima.

La zona non è molto ampia (479 ht), spaziando fra i comuni di Barbaresco (218 ht), Neive (190 ht), Treiso (93 ht) e una piccola parte di Alba, verso la frazione San Rocco Seno dell’Elvio (28 ht).

La vigna è intensamente coltivata, creando un panorama complesso e completo con vista piena verso le terre del Roero e la cerchia delle Alpi.

Uno spettacolo!

  

La storia

È del 1870 la prima etichetta con la dizione “Barbaresco” presso la cascina Drago della famiglia De Giacomi mentre nel 1894 Domizio Cavazza, direttore della scuola Enologica di Alba (fondata nel 1891) dà il via alla prima cantina sociale nel Castello di Barbaresco.

Nel 1899 Teobaldo Calissano onorevole in Roma propone un disegno di legge per la “tutela dei grandi e nobili vini, vanto del Piemonte, quali  Barolo e Barbaresco” suscitando svariati commenti fra i colleghi parlamentari, con l’invito a portarli per un assaggio. Nel 1908 vi è la prima Associazione pro Barbaresco per la tutela del buon nome di questo vino. Il resto sono fatti di ieri l’altro.

  

Perché un sogno

I sogni possono essere a volta trasgressivi (per fortuna! nel senso che, almeno, in sogno, tutto può diventare possibile, o quasi...) e il Barbaresco nella sua solidità storica può fare piacevolmente parte dei nostri sogni...

Ma il sogno ha riscontri reali: colline rigate di splendidi vigneti con una continuità, di collina in collina, che commuove e ci coinvolge, per la laboriosità dell’uomo che ha organizzato a misura un vero e proprio panorama viticolo con filari a seguire le curve di livello, poiché un tempo l’animale da lavoro era il bue, il quale è sì forte e pio ma ama lavorare praticamente in piano. La tavolozza naturale dei colori che variano da stagione a stagione suscita attese e desideri, tranquillità e riposo: la primavera si annuncia con tralci delicati di colore verde tenero, che virano in estate verso il verde deciso, per cambiare ancora, all’autunno in un tripudio di cromatismi entusiasmanti, da fare invidia agli antichi artigiani “tappezzieri” o alla tavolozza modernizzante di Missoni... a quando la creazione di una linea: terra di collina e di vigna? 

 

L’uva e il vino

Si parte dal vitigno Nebbiolo ovviamente, vitigno di buona vigoria anche se esigente quanto a esposizione e coltivazione. Maturazione in epoca tardiva -verso la prima decade di ottobre- e rese non molto elevate sono già l’inizio per un concetto di qualità. 

Il disciplinare di produzione (cioè a dire le “regole” per la gestione della denominazione, ivi compresi i controlli) prevede un massimo di kg. 8.000 per ettaro, al quale corrispondono circa litri 5.500. Il vino deve maturare per due anni, di cui uno, obbligatorio, in botti di legno, e avere una gradazione alcolica di almeno 12,5%.

Ma la bellezza del vino sta nel suo colore, nei profumi profondi, pieni e complessi, nel gusto, nelle emozioni che sa suscitare. Solo attraverso la degustazione possiamo cercare di scoprire questi misteri.

 

La degustazione

Il bicchiere è di fronte a noi; non un bicchiere ma un calice, con stelo sottile e slanciato a reggere una boccia ampia e trasparente, fragile e musicale: lo stelo del fiore che regge una bella corolla.

La bottiglia viene stappata con attenzione, senza scuotimenti; il turacciolo abbandona la clausura del collo ed esaurisce il suo compito di guardiano, il controllo al sughero è importante per già capire come potrà essere il primo approccio. 

Il vino è musicale dalla bottiglia al bicchiere; al giusto livello, impugnando il calice nel piede o nello stelo gurdando controluce scopriamo il suo colore e la sua limpidezza.

 

L’occhio è attento e indagatore.

 

- Colore rosso granato con leggeri riflessi aranciati verso il bordo; tonalità brillante; limpidissimo.

Formazione di archetti rapida e intensa.

 

Entra in funzione il naso, fremente per l’attesa e per il desiderio di scoperta, anche se, purtroppo, non sempre siamo così allenati ad annusare!

 

- Profumo intenso, gradevole, fine, delicato e persistente con sentori che ricordano la violetta leggermente appassita, la liquerizia nera, il sottobosco (funghi e tartufi e foglie secche) con un simpatico fondo speziato, fra il pepe e la cannella.

 

- Un piccolo sorso di vino in bocca, a girare fra lingua e palato, per captare, capire e concludere.

 

Ma quanta elementarità nei gusti se confrontati ai profumi! Quattro sono infatti i gusti dei quali solo tre sono presenti nel vino, mentre il mondo del profumo è un universo!

 

- Gusto secco e asciutto, caldo per la temperanza di alcool, ben bilanciato fra acidità e tannicità, con retrogusto amarognolo gradevole e armonico, e finale importante.

 

Grande vino: questa è la conclusione. Cavazza può dormire sonni tranquilli; e le sue idee pionieristiche hanno trovato terreno fertile e aperto. Il progresso ha fatto il resto.

Brindiamo al Barbaresco con animo sgombro e continuiamo a sognare….